An Unforgettable August

September 3rd, 2013 | Posted by barbara in Letteratura | The George Town Dish - (Comments Off)
Mi articolo sul premio Tomasi di Lampedusa dato a Mario Vargas Llosae pubblicato sul George Town Dish il 2/9/2013 e raggiungibile a questo link
Mario Vargas Llosa, Premio Tomasi di Lampedusa, Santa Margherita di Belice

Mario Vargas Llosa, Premio Tomasi di Lampedusa, Santa Margherita di Belice

August has come to an end and I can definitely say it was a great and unforgettable month. Usually August is a tedious month for those who live near the sea. It’s way too hot and beaches are crowded with tourists and locals. In Italy, like the rest of Europe, it’s a month for vacation, when lots of offices and shops are closed and cities are deserted. So rule number one, to survive this unbearable situation: STAY AWAY FROM THE SEA. It’s time to enjoy the city and the backcountry and look for alternative ways to enjoy life.

Well, my August started with an amazing concert by Patti Smith in Palermo. She delighted her Sicilian fans with a two-hour show. Unbelievable that after almost 25 years she still screams, “People have the power.” Hard to believe nowadays but we let ourselves get carried away by the lyrics anyway and for awhile really believe we, the people have got the power. Then of course, we wake up to reality and realize it was just a song.

 

(Photo by: Barbara Morana)

Not bad for a start, but it was when I followed rule number one that my August became unforgettable.

Tuesday, August 13th, I went to Santa Margherita Belice, a small, almost unknown village inthe Sicilian backcountry to facilitate a press conference. Well, unknown except for the fact that Santa Margherita Belice is the location of the novel, The Leopard, and where scenes of Luchino Visconti’s movie based on Tomasi di Lampedusa‘s novel, were filmed.

Since 2003, the Giuseppe Tomasi di Lampedusa Foundation, based here, has organized and assigned an international  literary award to prestigious writers who were inspired by The Leopard. This year the award went to the Peruvian Nobel Prize winnerMario Vargas Llosa.

As host and editor of a cultural radio show I couldn’t miss such a glorious event. Having read almost all of his books and essays, I think Mario Vargas Llosa is one of the world’s greatest contemporary writers. But if I love the writer, I have to admit that I do have problems with his very public committment of trying to right the world’s wrongs. But one thing is undeniable, his charisma. You can’t help being attracted to this handsome, old man, with his voice, his gestures, and even that commitment, making an impact. It’s clear you are in the presence of an extraordinary person.

 

(Photo by: wikipedia.org)

The press conference took place in the beautiful garden portrayed by Tomasi di Lampedusa in his novel. Mario Vargas Llosa was late of course, and there were lots of journalist waiting for him. After a brief presentation, the moderator announced that Mr. Vargas Llosa proposed to nominate the island of Lampedusa and its inhabitants for the Nobel Prize for Peace. In fact, this small Sicilian island since the early2000′s represents the primary European entrance for migrants dreaming of a better life in Europe, arriving by the thousands, coming illegally from Africa, Middle East and Asia. This candidacy represents the deeply held belief that Lampedusa is teaching a lesson of tolerance and respect of human rights to Europe and the rest of the World, setting a good example of how to deal with immigration.

Well, so far so good, but I came to meet the writer not the superhero, so I had to do something to return Vargas Llosa to what he does best, writing and talk about literature. When I got the chance to ask him a question, I said, “Mr. Vargas Llosa, if you would choose my country in which to set one of your novels, which city of Italy would you choose, and which character would you use to tell the story?” First he laughed, probably because I asked him the question in Spanish and also because he must have liked the question. Than he had to admit that he has been working on a play concerning Italy for a while. It’s a play inspired by Bocaccio’sThe Decameron preface, which Vargas Llosa is using as a starting point for his play. When he started talking about his work, his eyes were sparkling and his hands where dancing following the rhythm of his own words. “We are in Florence during the Black Death, runs the year 1348. Seven girls and three young men run away from the plague and decide to spend their time at Villa Palmieri in the countryside near Florence …” As he explained, they run away from the plague leaving behind death and sickness, and how do they do that? They escape through literature, they escape reality by telling each other stories. That’s the starting point for Vargas Llosa and that’s the message he wants us to get; when there is nothing left in the world that gives us hope and faith in the future, there still is the one thing nobody can take away from us: literature and the beauty of storytelling.

 

Maybe it’s time to run away from reality, recuse ourselves and delve into fiction withVargas Llosa and his ten characters.  Well, at least escape for the three hours it takes to watch a play … united from Rome, London, New York, Hong Hong and Paris, by a passion for story well told.

It was un unforgettable August indeed.

il Gattopardo questo miracolo letterario, di quelli che di tanto intanto irrompono nel panorama culturale, opera prima e exploit letterario di uno scrittore alle prime armi che ha lasciato al mondo delle pagine di avvincente bellezza, un romanzo dalla tessitura struggente e dalla resa plastica travolgente, costruito sulla parola che ne struttura gli eventi, attutisce i dissensi, sacralizza il profano e innalza l’umano.

Il premio letterario “Tomasi di Lampedusa”, arrivato alla sua decima edizione, quest’anno ha premiato il Premio Nobel della Letteratura Mario Vargas Llosa, per il suo ultimo libro Il Sogno del Celta e soprattutto per il saggio critico scritto, molti anni fa, dall’autore peruviano sull’opera e la figura di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Da anni il premio letterario vuole evidenziare l’enorme fonte d’ispirazione che il Gattopardo ha rappresentato, e continua a rappresentare nel panorama letterario mondiale.

Nel saggio La verità delle menzogne, Vargas Llosa scrive quelle che secondo me sono le pagine più belle mai scritte sull’opera di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, in esso egli descrive questo romanzo “quasi perfetto” con ammirazione e lucidità. Dopo averne lodato la bellezza, egli appunta come l’opera non riesca a iscriversi nell’albo dei capolavori assoluti quali Madame Bovary di Flaubert o I Demoni di Dostoevskij. Infatti malgrado l’indiscutibile qualità narrativa e l’eleganza del linguaggio, Tomasi di Lampedusa non riesce a restare fuori dalla finzione, e vi entra di tanto in tanto con inopportune precisioni che evidenziano la sua presenza al lettore, errore fatale, poiché chi scrive deve sempre restare nell’ombra. Ma il Gattopardo resta pur sempre un’opera eccezionale, tanto da compararla ai romanzi Paradiso di Lezama Lima e Los pasos perdidos di Alejo Carpentier per sensualità e eleganza, senza contare il fatto che i due grandi scrittori cubani da lui definiti barocchi, sono riusciti, grazie alla plasticità quasi scultorea conferita alle loro finzioni, ad emancipare il proprio romanzo dalla corrosione temporale, così come fa Tomasi di Lampedusa. Plasticità del tempo narrativo che lo rende un luogo a sé stante, non sottomesso al tempo cronologico, ecco la vera grandezza del Gattopardo, ahimè (secondo Vargas Llosa) a questa si accompagna un principe, scrittore inesperto che non riesce a domare il proprio ego, inquinando il tempo narrativo con precisioni e anacronismi inutili che a tratti ed inesorabilmente ripiomba il lettore nel tempo cronologico.

Mario Vargas Llosa, questo Don Quijote del romanzo, o quanto meno della sua “idea di romanzo”, che si batte contro i mulini a vento in un mondo invaso dalla letteratura spazzatura e dalla cacca d’elefante, istrionico e incantatore ci ha deliziato un paio d’ore, in una conversazione fluida ed aperta dov’egli, ancora una volta immancabilmente se stesso, ovvero “politicamente scorretto”, difendeva le sue idee, il mondo e i suoi pari, in questa storia infinita di letteratura, impegno politico, civile e sociale che è diventata la sua vita. Cosicché, dopo una breve premessa in cui Don Mario ci racconta le sue emozioni nel visitare i luoghi che hanno ispirato il Gattopardo, emozioni ancora imprecise, sommarie, poiché non vi è ancora la distanza sufficiente che permette allo scrittore di poterle narrare, entriamo nel vivo dell’impegno civile tanto caro a Vargas Llosa, ovvero la proposta di candidare Lampedusa e i suoi abitanti al Premio Nobel per la Pace. E via con la politica, i problemi dell’Europa, la denuncia di sentimenti esecrabili quali il razzismo e l’ignoranza dell’altro, in seguito con una breve pennellata ha dipinto la situazione socio economica latinoamericana, e poi ci da giù con l’odiosa fabbrica della letteratura per la massa e le lamentabili arti visive spazzatura per ricchi acquirenti e anestetico per visitatori compiacenti, tutte opinioni pubblicate nel suo ultimo saggio La Civiltà dello Spettacolo. In questo saggio Vargas Llosa mette in luce molti aspetti critici della società contemporanea e allo stesso tempo, secondo il mio modesto parere, mostra la grande nostalgia che lo scrittore prova per un concetto di “alta cultura” o “cultura” tout court ormai vetusta ed insufficiente per essere applicata alla complessità culturale odierna. Malgrado io condivida molte opinioni espresse in questo libro, dissento totalmente dall’ideale culturale legato alla produzione artistica e letteraria contemporanea, la letteratura e le arti sono il termometro dei tempi in cui vengono prodotti, e quindi i libri e le opere artistiche odierne sono le nostre, sono le uniche possibili, e non quelle che ci meritiamo com’egli stesso afferma, testimonianze lasciate da coloro che le vivono secondo logiche che rispondono al presente e non a sentimentalismi o nostalgie legate al passato. In questo scritto trovo Vargas Llosa un po’ gattopardiano, e per momenti anche semplicione, certo ammetto che se io avessi avuto Julio Cortazar che leggeva i miei manoscritti, e i miei vicini di casa si fossero chiamati García Márquez e Donoso, probabilmente un po’ di nostalgia dei tempi che furono e che giammai ritorneranno, l’avrei anch’io!

Ritorniamo a noi, parlavamo di Don Mario e di Vargas Llosa rispettivamente lo scrittore e l’uomo socialmente e politicamente impegnato. Nei suoi romanzi quest’uomo così compromesso con il mondo in cui vive, evade dalla realtà, da essa egli parte per poi fuggirne, alla prima strettoia, al primo semaforo, prende una nave, un treno, o volta semplicemente il primo angolo di strada, per riapparire nel mondo della finzione, in questo mondo di mezze verità, di verità parallele, che se vissute come tali, ci aiutano a vivere meglio, trasportandoci e innalzandoci ad altre mete ed ad altri destini a volte brillanti, altre volte funesti, ma mai banali. E mentre lui pratica la sua idea di letteratura, a noi non rimane che leggere sapendo che non vi sono verità o menzogne in quello che leggiamo vi è solo finzione, quella letteraria: ovvero una trama perfetta di uomini e storie che si è tessuta seguendo le sapienti mani di uno scrittore che si nasconde, invisibile e prudente per raccontarci una storia.

Mario Vargas llosa

Vargas Llosa ha avuto la meglio durante questo pomeriggio margheritese. A tratti però, quando lo facciamo parlare di letteratura Don Mario torna, sorride, gli brillano gli occhi e le parole seguono il ritmo del suo racconto incantando il pubblico presente consapevole di stare assistendo ad uno spettacolo indimenticabile: quello di un autore che svela alcune parti di un lavoro non ancora terminato. Ecco che alla domanda: “Se lei dovesse scegliere il nostro paese come luogo dove ambientare uno dei suoi romanzi, che città sceglierebbe e quale sarebbe il personaggio di cui si servirebbe per raccontarla?”, con un ghigno Don Mario compiaciuto risponde, ci descrive la pièce di teatro alla quale sta lavorando, ambientata in Italia, partendo dal proemio del Decameron di Boccaccio. Siamo lì, ammaliati come il serpente sotto il giogo dell’incantatore, le sue mani si muovono al ritmo delle sue parole, noi lo guardiamo e pendiamo dalle sue labbra, è questa la magia di Don Mario lo scrittore, questa è la grandezza di un uomo il cui destino è quello di scrivere storie, storie che incantano o che disincantano ma mai deludono. Corre l’anno 1348, ci sembra di vederle le 7 ragazze e i tre giovani, uscire dal Decameron per lanciarsi in una nuova avventura, fuggono Firenze assediata dalla peste per rifugiarsi a Villa Palmieri, lasciandosi dietro morte e disperazione questi giovani seguono Don Mario, uno scrittore sensuale e sagace, sottile e triviale a secondo della necessità narrativa, che li catapulta nel 2013 per vivere grazie alla letteratura nuove finzioni e nuove emozioni. Sono le 20:30, da una sedia di fronte al palchetto dov’è seduto Mario Vargas Llosa, si ode una tosse secca e forzata, è Dueña Patricia che sì facendo ricorda perentoriamente al marito che è ora di andare. Abbiamo avuto un assaggio, in diretta, della prossima opera teatrale di Mario Vargas Llosa, un grande privilegio, regalo inatteso di un uomo generoso a degli sconosciuti che si trovavano lì per elezione, un pomeriggio d’agosto, immersi nel tepore umidiccio del mitico giardino del Principe Giuseppe Tomasi di Lampedusa, ancora una volta la finzione ha avuto la meglio e la letteratura ha sublimato il tempo trascorso colmandolo di inattesa eccitazione.

Mario Vargas Llosa 2

 

Tableau vivant della “Ronda di Notte” di Rembrandt

July 22nd, 2013 | Posted by barbara in Arte | Pittura - (Comments Off)

Geniale! Per la riapertura del Rijksmuseum di Amsterdam, dopo 10 anni di lavori di ampliamento, è stato organizzato dal museo un flashmob in un centro commerciale. Improvvisamente la gente ha assistito al tableau vivant della “Ronda di Notte” di Rembrandt, capolavoro indiscusso delle collezioni permanenti del museo olandese. Semplicemente stupendo!

 

La scultura che parla

July 16th, 2013 | Posted by barbara in Arte - (Comments Off)

Venerdì pomeriggio, mi sono recata con un’amica alla Cala, al molo Sailem per essere precisi, per l’inaugurazione dell’installazione di Andrea Di Marco “Ape Bianca”, omaggio della Città di Palermo al pittore palermitano scomparso improvvisamente all’età di 42 anni lo scorso novembre. Dopo avere aspettato che si riunissero attorno alla scultura le autorità, la famiglia e un discreto numero di persone, l’Assessore alla Cultura del Comune di Palermo Francesco Giambrone ha tagliato il nastro rosso con cui era impacchettata l’Ape Bianca di Andrea Di Marco.

Dopo aver ricordato il pittore palermitano insieme alla famiglia, l’Assessore ha passato la parola a chi di competenza avrebbe dovuto spendere due parole per raccontarci l’aspetto tecnico e formale dell’opera appena installatasi nello spazio pubblico, magari in compagnia dell’associazione e di tutti coloro che questa scultura l’hanno voluta, dedicandoci tempo ed energia. In effetti, nel quasi religioso rispetto della locuzione “spendere due parole”, chi di competenza ha detto: “Non c’è niente da aggiungere, l’opera parla da sé”, la madre dell’artista ha aggiunto con commozione, quasi a voler colmare quest’economia di parole, che l’opera era bianca e pura come Andrea e poi ognuno per i fatti propri ad elogiare privatamente la splendida scultura.

Sono rimasta di stucco, ma pare che questa mancanza di spiegazioni abbia shoccato solo me, visto che gli articoli che ho letto sull’evento non accennano al raccapricciante episodio. Forse sono rimasta delusa perché a differenza degli altri, io non conoscevo Andrea Di Marco perché ho vissuto altrove, se per quello non ho avuto neanche il piacere di conoscere personalmente Michelangelo o Lichtenstein, di fatto non credo fosse necessario conoscerlo visto che si trattava di un evento pubblico che consegnava alla città di Palermo ed ai palermitani un’opera d’arte concepita da un artista di talento per la sua città e ormai integrata nei suoi spazi vitali. Adesso, al di là del fatto che le opere secondo me raramente parlano da sole, o almeno raramente lo fanno in modo univoco, fortunatamente direte voi, ed anche se lo facessero, in queste occasioni è doveroso precisare, affermare, ribadire “il perché” e “il per come” della genesi dell’opera, della scelta dell’artista, del luogo, senza contare il dato di fatto che per un’artista come Andrea Di Marco di parole se ne potevano spendere migliaia.

Fatta questa premessa, vi racconto quello che ho visto:
Ho visto un’ape sostare stracarica di cassette della frutta sul molo Sailem al porto della Cala di Palermo. Era bianca, estremamente plastica come quei calchi di gesso bianco usati per la fusione a cera persa, che popolano le gipsoteche di tutto il mondo, era volutamente monocroma, semmai il bianco fosse un colore, infatti generalmente non lo è, ma questo bianco forse… essendo il risultato dell’insieme di tutti i colori che formano la vivace paletta di Andrea Di Marco pittore, diventa l’unico colore che Di Marco scultore poteva usare… il bianco dunque colore come lo fu per Renoir e Manet, ovvero al contempo affermazione e negazione dell’atto creativo, luce, ombra, variazione cromatica, incidente ottico, affermazione pittorica, chi lo sa?
Le cassette s’intasano nello stretto spazio del pianale della mitica Ape Piaggio, conversano, litigano, si accomodano nello stretto spazio assegnatogli, le cassette metafora del mondo in cui viviamo, affollato spazio da condividere tra uomini e cose che soffrono la smania di emergere, alcune aspettano invano di essere notate, altre ormai rassegnate hanno già trovato la loro ragion d’essere nell’ombra. Un sibilo sembra accompagnare il movimento immaginario di quel monumento al vuoto, di quel mausoleo al pieno, ecco a cosa mi fa pensare esattamente l’Ape Bianca di Andrea Di Marco, ad una danza di pieni e vuoti, dove la luce, capricciosa regista, soffermandosi ora qui ora lì restituisce allo spettatore una sorta di icona Pop senza Glamour, una diva dimenticata da tutti che ha perso la patina che la faceva brillare, usata dal tempo e dall’indifferenza generale. Siamo lontani dalle lattine di zuppa di Andy Warhol, ma ci avviciniamo pericolosamente all’estrema concettualizzazione degli achromes artificiali di Piero Manzoni. Ma quello che l’opera secondo me trasmette più di ogni altra cosa è un immensa malinconia per quello che è stato e non è più, una Palermo sospesa nel tempo, un regno dove l’Ape Regina veglia sul lavoro silenzioso e metodico di tante cassette che vivono e muoiono nell’ombra, città millenaria che sonnecchia, stordita dal sole e illuminata dall’ombra, che nell’opera di Andrea Di Marco si fa plastica malinconia e squillante contestazione.

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Intervista a Denis Chevallier

July 15th, 2013 | Posted by barbara in Arte | Arte a Parte | Palermo 2019 - (Comments Off)

Intervista a Dennis Chevallier, commissario generale dell’esposizione “Au Bazar du Genre”, MuCEM Marsiglia,  per il programma Arte a Parte del 10 luglio 2013, Dabliuradio.


-Barbara Morana: Buongiorno signor Chevallier, grazie di aver accettato l’invito. “Il sesso è biologico, il genere è culturale”, lo pensa veramente o è uno spunto che invita alla riflessione?

-Denis Chevallier: Lo penso, ma soprattutto è un modo di schematizzare, diciamo che questa differenza semantica tra sesso e genere sta in questo: nelle nostre lingue chiamiamo sesso il fatto di essere maschio o femmina, invece il genere è il modo in cui la società , e in questo caso quella mediterranea (da dove l’espressione “au bazar du genre” ) costruiscono gli individui in funzione della differenza biologica, affinché possano affermare da una parte la loro mascolinità e dall’altra la loro femminilità attraverso i codici culturali che sono quelli della propria società. Si tratta di un esposizione che cerca di mostrare come si è uomini e donne nel proprio contesto sociale, nel mondo mediterraneo, quindi quello che si vuole è parlare del genere e non solamente del sesso.

-Barbara Morana: La laicità francese permette di concepire una tale esposizione. Pensa che un’esposizione sul genere , così come l’avete strutturata sia immaginabile in un altro paese del mediterraneo, l’Italia ad esempio?

-Denis Chevallie: Chiaramente si, gli esempi scelti sarebbero un po’ diversi , se pensiamo ad esempio al punto di partenza delle esposizioni che sono le lotte femministe : “il mio grembo mi appartiene” , “noi vogliamo essere uguali agli uomini” o “alt alla società patriarcale e all’oppressione patriarcale che ci opprime da secoli”, alla fine si sarebbe trasmesso lo stesso messaggio in Italia, d’altronde i grandi movimenti femministi e la rivoluzione della contraccezione sono stati quasi simultanei in Francia e Italia alla fine degli anni 60 e inizio 70, prima con la legalizzazione della pillola e poi con l’aborto. Credo che ci siano molte similitudini tra i paesi del mediterraneo con molte più differenze tra i paesi del nord e del sud dell’area.

-Barbara Morana: La Turchia sarebbe tutta un’altra storia

-Denis Chevallier: E’ evidente. Ma credo che comunque il movimento sia lo stesso ed è quello che dimostra la demografia. Oggi, sia a Sud che al Nord del mediterraneo si fanno pochi figli. Hanno tutti 2 figli in media, se pensiamo che in certi paesi la media era di 5 o 6 appena 30 ani fa. Quindi una grande differenza! Le donne si sposano sempre più tardi, a 30 anni nel caso dell’Italia e della Francia, a dimostrazione dei nuovi rapporti tra uomo e donna e tra la sessualità e verginità . Ed è quello che cerchiamo di trattare in seno all’esposizione.

- Barbara Morana: Rispetto all’Italia c’è la questione della chiesa e quindi certi soggetti andrebbero trattati diversamente?

-Denis Chevallier: La religiosità è un aspetto importante, ed è molto presente in questa storia di affermazione del proprio genere, perché le chiese, sia quelle cristiane che la fede musulmana o ebrea, sono state molto restrittive, ovvero tutte hanno detto “ecco come devi essere e come ti devi comportare se sei uomo o se sei donna”. E penso che questo sia uguale in un paese laico come il nostro o in uno cattolico come il vostro.

-Barbara Morana: C’è il Vaticano a Roma quindi è più difficile!

-Denis Chevallier: Si, ma i problemi sono più o meno gli stessi !

- Barbara Morana: Il soggetto scelto per questa prima esposizione dimostra la volontà del museo di trattare i problemi sociali più dibattuti al momento? per esempio avete sollevato la questione del velo!

-Denis Chevallier: La linea di massima dell’esposizione era quella di mostrare come un museo che si propone come un museo di società, sia uno strumento, una sorta di arnese per far prendere coscienza ai visitatori della loro appartenenza al mondo e soprattutto ad un mondo in continuo movimento. Come farlo attraverso un linguaggio museografico? Poiché il linguaggio museografico, in generale è più legato a soggetti di natura storica, ovvero a raccontare una storia, piuttosto che a raccontare ciò che succede oggi o a domandarsi ciò che succede oggi. Quindi l’utilizzo da parte mia di documenti sonori e audiovisivi, o dell’arte contemporanea, servono per affermare proprio questo: si, si può parlare di ciò che succede oggi nel mondo in un museo. È lo si può fare in modo diverso di come lo si farebbe in un altro mezzo di comunicazione, poiché evidentemente, in radio potete parlarne, e lo fate per fortuna, in televisione se ne parla, esistono dei Siti Web, esistono le case editrici e la stampa specializzata che si occupa di questi temi, ma il museo ne parla e lo fa a modo suo, ed è ciò che ho voluto dire con questa mostra.

-Barbara Morana: Si tratta di rilanciare il museo come un luogo dove dibattere, finalmente!

-Denis Chevallier: Assolutamente, è tanto più un luogo dove dibattere, che il dibattito si fa al contempo con il pubblico che visita l’esposizione e si questiona su alcuni oggetti un po’ sorprendenti, e negli spazi appositamente creati. Per esempio abbiamo esposto un P-mate un dispositivo che permette alle donne di fare pipì come gli uomini, in piedi, un oggetto divertente, abbiamo “Imene artificiale” il kit acquistato su Internet che permette alla giovani donne che vorrebbero simulare la loro verginità, di farlo a un prezzo modico, abbiamo un giubbotto che simula la gravidanza, un oggetto che si trova in commercio che permette agli uomini di simulare la gravidanza e quindi accompagnare ed empatizzare con la propria partner. Tutti questi sono oggetti che hanno lo scopo di sorprendere e al contempo invitano alla riflessione. E Abbiamo anche un Auditorium di 300 posti, che si chiama Germaine Tillion, in questo luogo ed in altri spazi del museo si dibatte, proprio a partire da oggi, organizzeremo tutte le settimane degli incontri con ricercatori, o delle proiezioni di film che ci permetteranno di completare e rilanciare la questione del genere, dell’omosessualità, del velo, dei diritti delle donne.

-Barbara Morana: È perfetto, perché avete risposto alla domanda che volevo proporvi dopo, ovvero questa sorta di conversazione tra oggetti artistici e oggetti quotidiani in seno alla mostra, ma ha appena risposto a questa domanda, ed è molto chiaro, è una scelta voluta!
 L’ultima domanda, non so se è al corrente che Palermo, la mia città, si candida a capitale europea della cultura 2019, che ne pensa, conosce la città? pensa che sia fattibile? Possiamo portare a termine questo progetto ambizioso?

-Denis Chevallier: posso risponderle che in generale il fatto di essere capitale europea della cultura è un primato molto importante e dovete assolutamente riuscirci, perché è una leva per dinamizzare un offerta culturale che senza questo espediente metterebbe molto più tempo ad emergere. Il nostro museo, il Museo delle Culture d’Europa e del Mediterraneo, deve la sua esistenza, bisogna riconoscerlo, al fatto che Marsiglia è stata eletta capitale europea della cultura 2013, e quindi se Palermo venisse eletta capitale europea della cultura 2019, credo che sarebbe formidabile per voi e per tutti noi naturalmente, sarebbe il momento per esprimere al massimo la vostra creatività, di mostrare il vostro patrimonio, e poi eventualmente creare delle nuove infrastrutture culturali, che sono perenni, queste rimangono, che vi permetterebbero a Palermo di contare con un certo numero di musei, di centri culturali che permetteranno al pubblico e ai palermitani di meglio vivere il proprio futuro.

-Barbara Morana: Beh Inshallah, speriamo bene!

-Denis Chevallier: Beh lo spero per voi, in ogni modo non aspetterò il 2019 per venire a Palermo !

- Barbara Morana: Dovete assolutamente venire! Grazie mille e arrivederci.

- Denis Chevallier: Buona giornata, arrivederci!

 

 

Au bazar du genre, Féminin – Masculin en Méditerranée – PRESSE
Niveau 2 – 500 m²
Dates : Du 7 juin 2013 jusqu’au 6 janvier 2014 – Exposition temporaire
Commissaire général : Denis Chevallier
Conseiller artistique : Patrick Roger
Scénographie : Didier Faustino – Bureau des Mésarchitectures

Coproduction : MuCEM, Marseille-Provence 2013, Rmn-Grand Palais
En partenariat avec : France Culture + France Inter France 5

Intervista all’Assessore Giambrone

July 3rd, 2013 | Posted by barbara in Arte | Arte a Parte | Palermo 2019 - (Comments Off)

Mia intervista all’Assessore alla Cultura Giambrone del Comune di Palermo durante la trasmissione Arte a Parte, su Dabliuradio, del 3 luglio 2013, sulla candidatura di Palermo a Capitale europea della cultura 2019.