Se solo la vita fosse più bella

October 17th, 2013 | Posted by barbara in Arte | Cinema | Letteratura | Pensieri e parole | Pittura - (Comments Off)

Quando il silenzio sceglie di farsi voce è perché nell’aria qualcosa pizzica i nostri sensi, stuzzica il nostro appetito, scioglie le nostre riserve. È splendido piangere per un libro, tremare per una melodia, perdersi nell’intensità di un colore per poi ritrovarsi nel rigore di una linea, fremere per un scena vista in un film, mordersi 
le labbra per assaporare anche l’ultima goccia di quel bacio appassionato, non lavarsi per giorni quella mano che ha stretto colui che ammiriamo. Piccoli, semplici gesti privi di prezzo pieni di senso, grazie ad essi è meraviglioso constatare che i nostri sensi stanno solo trattenendo il fiato, grazie al cielo non sono morti asfissiati
 dalla nostra artificiale propensione per tutto ciò che si può comprare. Prima di lasciarsi nuovamente travolgere dall’immensa violenza che questa assurda apnea richiede alla nostra sofferta esistenza, assaporiamo l’aria fresca appena respirata, affiniamo l’udito, aguzziamo la vista, solo immagazzinando la ricezione e 
trattenendo la percezione riusciamo a ritagliarci questi piccoli spazi verdi: metri quadri rubati al monolocale in cui trascorre la nostra vita piatta, grigia, brutta. Stocchiamo emozioni perché forse siamo consapevoli di non potercele più permettere, sono lussi esosi, superflui passatempi d’altri tempi, inutili vezzi che rischiano di travolgerci lasciandoci indietro in questa vita svuotata di senso e riempita di oggetti, tutte cose che non possiamo più contenere e che finiscono per contenerci, zavorre che ci trascinano verso l’abisso oceanico, ali di cera che ci impediscono di spiccare il volo, barche a vela in un mare senza vento che ci proibisce di prendere il largo.


Vorrei camminare per Vienna con Freud, prendere lezioni di letteratura inglese con Tomasi di Lampedusa, assistere ad un happening nella Factory di Warhol, imbrattare i muri di New York con Basquiat, ascoltare Calvino dare corpo alle sue città invisibili seduti su un ramo dell’elce ove si è rifugiato Cosimo, essere la farfalla che batte le ali della poesia di Joseph Brodsky, servire il caffè a Pasolini e a Orson Welles mentre girano “La Ricotta”, essere Dora Maar che fotografa Picasso. Insomma vorrei che ci fossero più maestri da ammirare, ideali da seguire, libri da leggere, poesie da scrivere, uomini da salvare, donne da riscattare e bambini da entusiasmare. Vorrei che il mondo fosse diverso, che l’unica guerra da combattere fosse quella contro l’ignoranza che ci rende capaci dei gesti più atroci, vorrei che il mondo fosse più bello, di quella bellezza che non ha prezzo che risiede nelle parole, che si materializza in un quadro, che scivola nella musica e si afferma nel pensiero di coloro che la leggono, guardano, citano, imitano, deplorano, implorano.

Sono una donna d’altri tempi direte voi… forse lo sono… o forse questa morte apparente della cultura mi fa star peggio del mio portafoglio vuoto, delle mie scarpe bucate, delle mie ambizioni soffocate, poiché tutto quello che mi ha fatto sopravvivere finora, a parte l’amore dei miei cari, sono i libri che ho letto, i quadri che ho ammirato, le sculture che ho attraversato, i film che ho assaporato, la voce dei maestri che ho avuto la fortuna di ascoltare, le tante teorie che ho condiviso e le altre che non mi hanno convinto… insomma, per finire cari amici se la vecchiaia è uno stato cronico irreversibile, credo fermamente che l’ignoranza sia un letargo endogeno reversibile che aspetta solo una nuova primavera, se la libertà non ha prezzo, la schiavitù ha almeno sei zeri… arrestate l’avanzata del nemico e sfamate le vostre anime del divino cibo che sazia corpo ed intelletto, vedrete come improvvisamente tutto avrà più senso.

An Unforgettable August

September 3rd, 2013 | Posted by barbara in Letteratura | The George Town Dish - (Comments Off)
Mi articolo sul premio Tomasi di Lampedusa dato a Mario Vargas Llosae pubblicato sul George Town Dish il 2/9/2013 e raggiungibile a questo link
Mario Vargas Llosa, Premio Tomasi di Lampedusa, Santa Margherita di Belice

Mario Vargas Llosa, Premio Tomasi di Lampedusa, Santa Margherita di Belice

August has come to an end and I can definitely say it was a great and unforgettable month. Usually August is a tedious month for those who live near the sea. It’s way too hot and beaches are crowded with tourists and locals. In Italy, like the rest of Europe, it’s a month for vacation, when lots of offices and shops are closed and cities are deserted. So rule number one, to survive this unbearable situation: STAY AWAY FROM THE SEA. It’s time to enjoy the city and the backcountry and look for alternative ways to enjoy life.

Well, my August started with an amazing concert by Patti Smith in Palermo. She delighted her Sicilian fans with a two-hour show. Unbelievable that after almost 25 years she still screams, “People have the power.” Hard to believe nowadays but we let ourselves get carried away by the lyrics anyway and for awhile really believe we, the people have got the power. Then of course, we wake up to reality and realize it was just a song.

 

(Photo by: Barbara Morana)

Not bad for a start, but it was when I followed rule number one that my August became unforgettable.

Tuesday, August 13th, I went to Santa Margherita Belice, a small, almost unknown village inthe Sicilian backcountry to facilitate a press conference. Well, unknown except for the fact that Santa Margherita Belice is the location of the novel, The Leopard, and where scenes of Luchino Visconti’s movie based on Tomasi di Lampedusa‘s novel, were filmed.

Since 2003, the Giuseppe Tomasi di Lampedusa Foundation, based here, has organized and assigned an international  literary award to prestigious writers who were inspired by The Leopard. This year the award went to the Peruvian Nobel Prize winnerMario Vargas Llosa.

As host and editor of a cultural radio show I couldn’t miss such a glorious event. Having read almost all of his books and essays, I think Mario Vargas Llosa is one of the world’s greatest contemporary writers. But if I love the writer, I have to admit that I do have problems with his very public committment of trying to right the world’s wrongs. But one thing is undeniable, his charisma. You can’t help being attracted to this handsome, old man, with his voice, his gestures, and even that commitment, making an impact. It’s clear you are in the presence of an extraordinary person.

 

(Photo by: wikipedia.org)

The press conference took place in the beautiful garden portrayed by Tomasi di Lampedusa in his novel. Mario Vargas Llosa was late of course, and there were lots of journalist waiting for him. After a brief presentation, the moderator announced that Mr. Vargas Llosa proposed to nominate the island of Lampedusa and its inhabitants for the Nobel Prize for Peace. In fact, this small Sicilian island since the early2000′s represents the primary European entrance for migrants dreaming of a better life in Europe, arriving by the thousands, coming illegally from Africa, Middle East and Asia. This candidacy represents the deeply held belief that Lampedusa is teaching a lesson of tolerance and respect of human rights to Europe and the rest of the World, setting a good example of how to deal with immigration.

Well, so far so good, but I came to meet the writer not the superhero, so I had to do something to return Vargas Llosa to what he does best, writing and talk about literature. When I got the chance to ask him a question, I said, “Mr. Vargas Llosa, if you would choose my country in which to set one of your novels, which city of Italy would you choose, and which character would you use to tell the story?” First he laughed, probably because I asked him the question in Spanish and also because he must have liked the question. Than he had to admit that he has been working on a play concerning Italy for a while. It’s a play inspired by Bocaccio’sThe Decameron preface, which Vargas Llosa is using as a starting point for his play. When he started talking about his work, his eyes were sparkling and his hands where dancing following the rhythm of his own words. “We are in Florence during the Black Death, runs the year 1348. Seven girls and three young men run away from the plague and decide to spend their time at Villa Palmieri in the countryside near Florence …” As he explained, they run away from the plague leaving behind death and sickness, and how do they do that? They escape through literature, they escape reality by telling each other stories. That’s the starting point for Vargas Llosa and that’s the message he wants us to get; when there is nothing left in the world that gives us hope and faith in the future, there still is the one thing nobody can take away from us: literature and the beauty of storytelling.

 

Maybe it’s time to run away from reality, recuse ourselves and delve into fiction withVargas Llosa and his ten characters.  Well, at least escape for the three hours it takes to watch a play … united from Rome, London, New York, Hong Hong and Paris, by a passion for story well told.

It was un unforgettable August indeed.

il Gattopardo questo miracolo letterario, di quelli che di tanto intanto irrompono nel panorama culturale, opera prima e exploit letterario di uno scrittore alle prime armi che ha lasciato al mondo delle pagine di avvincente bellezza, un romanzo dalla tessitura struggente e dalla resa plastica travolgente, costruito sulla parola che ne struttura gli eventi, attutisce i dissensi, sacralizza il profano e innalza l’umano.

Il premio letterario “Tomasi di Lampedusa”, arrivato alla sua decima edizione, quest’anno ha premiato il Premio Nobel della Letteratura Mario Vargas Llosa, per il suo ultimo libro Il Sogno del Celta e soprattutto per il saggio critico scritto, molti anni fa, dall’autore peruviano sull’opera e la figura di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Da anni il premio letterario vuole evidenziare l’enorme fonte d’ispirazione che il Gattopardo ha rappresentato, e continua a rappresentare nel panorama letterario mondiale.

Nel saggio La verità delle menzogne, Vargas Llosa scrive quelle che secondo me sono le pagine più belle mai scritte sull’opera di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, in esso egli descrive questo romanzo “quasi perfetto” con ammirazione e lucidità. Dopo averne lodato la bellezza, egli appunta come l’opera non riesca a iscriversi nell’albo dei capolavori assoluti quali Madame Bovary di Flaubert o I Demoni di Dostoevskij. Infatti malgrado l’indiscutibile qualità narrativa e l’eleganza del linguaggio, Tomasi di Lampedusa non riesce a restare fuori dalla finzione, e vi entra di tanto in tanto con inopportune precisioni che evidenziano la sua presenza al lettore, errore fatale, poiché chi scrive deve sempre restare nell’ombra. Ma il Gattopardo resta pur sempre un’opera eccezionale, tanto da compararla ai romanzi Paradiso di Lezama Lima e Los pasos perdidos di Alejo Carpentier per sensualità e eleganza, senza contare il fatto che i due grandi scrittori cubani da lui definiti barocchi, sono riusciti, grazie alla plasticità quasi scultorea conferita alle loro finzioni, ad emancipare il proprio romanzo dalla corrosione temporale, così come fa Tomasi di Lampedusa. Plasticità del tempo narrativo che lo rende un luogo a sé stante, non sottomesso al tempo cronologico, ecco la vera grandezza del Gattopardo, ahimè (secondo Vargas Llosa) a questa si accompagna un principe, scrittore inesperto che non riesce a domare il proprio ego, inquinando il tempo narrativo con precisioni e anacronismi inutili che a tratti ed inesorabilmente ripiomba il lettore nel tempo cronologico.

Mario Vargas Llosa, questo Don Quijote del romanzo, o quanto meno della sua “idea di romanzo”, che si batte contro i mulini a vento in un mondo invaso dalla letteratura spazzatura e dalla cacca d’elefante, istrionico e incantatore ci ha deliziato un paio d’ore, in una conversazione fluida ed aperta dov’egli, ancora una volta immancabilmente se stesso, ovvero “politicamente scorretto”, difendeva le sue idee, il mondo e i suoi pari, in questa storia infinita di letteratura, impegno politico, civile e sociale che è diventata la sua vita. Cosicché, dopo una breve premessa in cui Don Mario ci racconta le sue emozioni nel visitare i luoghi che hanno ispirato il Gattopardo, emozioni ancora imprecise, sommarie, poiché non vi è ancora la distanza sufficiente che permette allo scrittore di poterle narrare, entriamo nel vivo dell’impegno civile tanto caro a Vargas Llosa, ovvero la proposta di candidare Lampedusa e i suoi abitanti al Premio Nobel per la Pace. E via con la politica, i problemi dell’Europa, la denuncia di sentimenti esecrabili quali il razzismo e l’ignoranza dell’altro, in seguito con una breve pennellata ha dipinto la situazione socio economica latinoamericana, e poi ci da giù con l’odiosa fabbrica della letteratura per la massa e le lamentabili arti visive spazzatura per ricchi acquirenti e anestetico per visitatori compiacenti, tutte opinioni pubblicate nel suo ultimo saggio La Civiltà dello Spettacolo. In questo saggio Vargas Llosa mette in luce molti aspetti critici della società contemporanea e allo stesso tempo, secondo il mio modesto parere, mostra la grande nostalgia che lo scrittore prova per un concetto di “alta cultura” o “cultura” tout court ormai vetusta ed insufficiente per essere applicata alla complessità culturale odierna. Malgrado io condivida molte opinioni espresse in questo libro, dissento totalmente dall’ideale culturale legato alla produzione artistica e letteraria contemporanea, la letteratura e le arti sono il termometro dei tempi in cui vengono prodotti, e quindi i libri e le opere artistiche odierne sono le nostre, sono le uniche possibili, e non quelle che ci meritiamo com’egli stesso afferma, testimonianze lasciate da coloro che le vivono secondo logiche che rispondono al presente e non a sentimentalismi o nostalgie legate al passato. In questo scritto trovo Vargas Llosa un po’ gattopardiano, e per momenti anche semplicione, certo ammetto che se io avessi avuto Julio Cortazar che leggeva i miei manoscritti, e i miei vicini di casa si fossero chiamati García Márquez e Donoso, probabilmente un po’ di nostalgia dei tempi che furono e che giammai ritorneranno, l’avrei anch’io!

Ritorniamo a noi, parlavamo di Don Mario e di Vargas Llosa rispettivamente lo scrittore e l’uomo socialmente e politicamente impegnato. Nei suoi romanzi quest’uomo così compromesso con il mondo in cui vive, evade dalla realtà, da essa egli parte per poi fuggirne, alla prima strettoia, al primo semaforo, prende una nave, un treno, o volta semplicemente il primo angolo di strada, per riapparire nel mondo della finzione, in questo mondo di mezze verità, di verità parallele, che se vissute come tali, ci aiutano a vivere meglio, trasportandoci e innalzandoci ad altre mete ed ad altri destini a volte brillanti, altre volte funesti, ma mai banali. E mentre lui pratica la sua idea di letteratura, a noi non rimane che leggere sapendo che non vi sono verità o menzogne in quello che leggiamo vi è solo finzione, quella letteraria: ovvero una trama perfetta di uomini e storie che si è tessuta seguendo le sapienti mani di uno scrittore che si nasconde, invisibile e prudente per raccontarci una storia.

Mario Vargas llosa

Vargas Llosa ha avuto la meglio durante questo pomeriggio margheritese. A tratti però, quando lo facciamo parlare di letteratura Don Mario torna, sorride, gli brillano gli occhi e le parole seguono il ritmo del suo racconto incantando il pubblico presente consapevole di stare assistendo ad uno spettacolo indimenticabile: quello di un autore che svela alcune parti di un lavoro non ancora terminato. Ecco che alla domanda: “Se lei dovesse scegliere il nostro paese come luogo dove ambientare uno dei suoi romanzi, che città sceglierebbe e quale sarebbe il personaggio di cui si servirebbe per raccontarla?”, con un ghigno Don Mario compiaciuto risponde, ci descrive la pièce di teatro alla quale sta lavorando, ambientata in Italia, partendo dal proemio del Decameron di Boccaccio. Siamo lì, ammaliati come il serpente sotto il giogo dell’incantatore, le sue mani si muovono al ritmo delle sue parole, noi lo guardiamo e pendiamo dalle sue labbra, è questa la magia di Don Mario lo scrittore, questa è la grandezza di un uomo il cui destino è quello di scrivere storie, storie che incantano o che disincantano ma mai deludono. Corre l’anno 1348, ci sembra di vederle le 7 ragazze e i tre giovani, uscire dal Decameron per lanciarsi in una nuova avventura, fuggono Firenze assediata dalla peste per rifugiarsi a Villa Palmieri, lasciandosi dietro morte e disperazione questi giovani seguono Don Mario, uno scrittore sensuale e sagace, sottile e triviale a secondo della necessità narrativa, che li catapulta nel 2013 per vivere grazie alla letteratura nuove finzioni e nuove emozioni. Sono le 20:30, da una sedia di fronte al palchetto dov’è seduto Mario Vargas Llosa, si ode una tosse secca e forzata, è Dueña Patricia che sì facendo ricorda perentoriamente al marito che è ora di andare. Abbiamo avuto un assaggio, in diretta, della prossima opera teatrale di Mario Vargas Llosa, un grande privilegio, regalo inatteso di un uomo generoso a degli sconosciuti che si trovavano lì per elezione, un pomeriggio d’agosto, immersi nel tepore umidiccio del mitico giardino del Principe Giuseppe Tomasi di Lampedusa, ancora una volta la finzione ha avuto la meglio e la letteratura ha sublimato il tempo trascorso colmandolo di inattesa eccitazione.

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