Quando guardo un film per deformazione professionale mi soffermo sulle inquadrature, i movimenti della macchina da presa, la profondità di campo, la luce, insomma cerco di capire come il regista e il direttore della fotografia hanno scelto di occupare il campo visivo dell’osservatore. Cerco di reperire i dettagli, gli appigli visivi, le messe a fuoco e le sfocature che mi permetteranno di fissare la trama in una serie di piani sequenze che resteranno per sempre nella mia memoria ripensando a quel film, fatta premessa naturalmente che il film in questione riesca ad entrarci e restarci. Devo ammettere che Emma Dante e Gherardo Gossi in Via Castellana Bandiera ci hanno regalato delle scene di una poesia sfrontata e di una plasticità inquietante.

Samira

La mia preferita è senz’altro la scena iniziale interpretata da Elena Cotta: siamo al cimitero dei Rotoli, un primo piano sulle mani stanche di una donna anziana che bagna il pane e se lo mette in tasca, l’acqua scorre e con lei il tempo, il dolore scandisce silenziosamente la vita di quelle mani vecchie e stanche in un luogo che le vite le raccoglie, le custodisce, le annienta. Non ci guarda mai in faccia, è vestita di nero, potrebbe essere chiunque, una di quelle vecchiette a lutto perenne che affollano i nostri cimiteri, o il riflesso diafano delle nostre paure fattosi carne ed ossa. Dopo aver sfamato i cani randagi con il pane che aveva in tasca, la donna inizia a pulire una tomba, con un colpo di scopa spazza via le foglie e ci presenta il suo dolore, ha un volto e un nome: Thana Calafiore morta nel 2006 a soli 36 anni. Infine, si toglie le scarpe, insignendo al luogo la sacralità che gli spetta, e si sdraia pancia in giù sulla tomba. Cappella, moschea, sinagoga, luogo venerato dai suoi occhi profani, che racchiude il suo dolore sordo e lancinante e rinchiude il suo presente e il suo futuro nell’attesa che la Moira Atropo recida il filo del fato mettendo fine una volta e per tutte alla sua sofferta esistenza. Noi guardiamo commossi, insieme ai cani, cercando di non fare rumore, scorriamo con lei il tempo che si fa immagine, diventando silenziosi testimoni di una cerimonia che intuiamo ripetersi esattamente allo stesso modo dal maggio 2006, non vi è musica per accentuare la drammaticità del momento o per smorzarla, non ve ne alcun bisogno, siamo storditi dall’assordante rumore che il dolore di questa donna produce nei nostri cuori, ogni aggiunta sarebbe superflua distrazione. Di quella donna che corteggia la morte in seguito conosceremo il nome: Samira madre di Thana, nonna di Nicolò, suocera di Saro.

Samira3

Dopo il cimitero, si intravedono alcuni scorci del quartiere dell’Acqua Santa e Vergine Maria, si entra nella stretta via Castellana Bandiera, ai piedi di monte Pellegrino, lì due macchine si scontrano e due donne s’incontrano Rosa (Emma Dante) e Samira (Elena Cotta). Ognuna porta con se un carico di insoddisfazioni e fallimenti, Rosa sentimentali, evidente è infatti la crisi che la protagonista sta attraversando con la compagna Clara (interpretata da Alba Rohrwacher); Samira esistenziali, morta la figlia Thana la donna vive con la famiglia del genero, sfruttata ed ignorata da tutti tranne dal nipote Nicolò unica persona con cui riesca ancora a comunicare. I fardelli che le donne si portano dietro probabilmente quel giorno diventano insostenibili, li poggiano per terra e decidono di intrecciare le loro vite per sempre in un duello avvincente in sella ad una Punto rossa e una Multipla blu. Nello ristretto budello di una via dimenticata da Dio, un afoso giorno di scirocco, due macchine provenienti da opposte direzioni bloccano la strada, per sbloccarla una delle due macchine deve cedere il passo all’altra, in questo duello senza riserve le due donne sfideranno le proprie paure e affronteranno temerarie i propri destini, appassionando vicini e parenti, un universo a se stante fatto di uomini, donne e bambini che fanno da contorno con la loro corale teatralità a questa storia senza tempo, mettendo in luce slanci, limiti, passioni, generosità e bassezze di uno scorcio di mondo unico nel suo genere ma universale nel suo divenire.

Il nostro sguardo è rapito dal circoscritto scenario in cui si svolge la trama, come al teatro non vi è spazio per le distrazioni se non quelle concesse da chi sta raccontando la storia, i personaggi riempiono lo spazio scenico con il loro brusio, le loro chiacchiere, le loro suppliche, fanno da colonna sonora ad un film che sulla mimica dei personaggi ha puntato tutto. Il risultato è sorprendente, non vi è un momento dove l’attenzione scende e lo sguardo spazia altrove, rimaniamo inchiodati allo schermo/palcoscenico, la nostra attenzione è appesa al sottile divenire della storia scritta e diretta secondo logiche teatrali prestate al cinema da un artista a tuttotondo che riesce a fonderli, separarli, contrapporli. La regista è riuscita a circoscrivere il nostro interesse al divenire della storia come privata constatazione di fatti vissuti da altri ma di cui ci appropriamo lo spazio di un film. Nei ristretti limiti di una strada che si apre e si schiude come l’obiettivo della telecamera, capiamo che i limiti sono quelli mentali, bastioni insormontabili che poniamo tra noi e la vita: quelli che ereditiamo, quelli che decidiamo non oltrepassare per pudore o timore o semplicemente quelli che ci spettano per appartenenza geografica a un luogo che non abbiamo scelto ma che ci è stato imposto. 

In questo primo film Emma Dante porta al cinema il suo affermato genio creativo regalandoci un film che sposa l’immediatezza del cinema e la solennità del teatro, mettendo in scena personaggi in cui ci riconosciamo a da cui ci dissociamo, lo fa con un registro visivo e sonoro ibrido, bastardo figlio di un connubio meraviglioso che mi ricorda certi film e alcune pièces di teatro del geniale ed eclettico Sacha Guitry. Vi invito ad andarlo a vedere e sfido chiunque a non sentirsi coinvolto, identificato, inorridito, compiaciuto, divertito, con questo inno corale ad una palermitanità sgargiante, ad una volgarità soffocante e coinvolgente, che ci unisce e ci divide allo stesso tempo in popolani e tischi toschi in nome di una quotidianità che ci accomuna tutti sotto il sole cocente di una città metafora del mondo che pare non muoversi, per scelta testarda di non scendere a compromessi prima di tutto con se stessa.

Si ringrazia l’Ufficio stampa Istituto Luce Cinecittà per il materiale fornito.

Intervista a Denis Chevallier

July 15th, 2013 | Posted by barbara in Arte | Arte a Parte | Palermo 2019 - (Comments Off)

Intervista a Dennis Chevallier, commissario generale dell’esposizione “Au Bazar du Genre”, MuCEM Marsiglia,  per il programma Arte a Parte del 10 luglio 2013, Dabliuradio.


-Barbara Morana: Buongiorno signor Chevallier, grazie di aver accettato l’invito. “Il sesso è biologico, il genere è culturale”, lo pensa veramente o è uno spunto che invita alla riflessione?

-Denis Chevallier: Lo penso, ma soprattutto è un modo di schematizzare, diciamo che questa differenza semantica tra sesso e genere sta in questo: nelle nostre lingue chiamiamo sesso il fatto di essere maschio o femmina, invece il genere è il modo in cui la società , e in questo caso quella mediterranea (da dove l’espressione “au bazar du genre” ) costruiscono gli individui in funzione della differenza biologica, affinché possano affermare da una parte la loro mascolinità e dall’altra la loro femminilità attraverso i codici culturali che sono quelli della propria società. Si tratta di un esposizione che cerca di mostrare come si è uomini e donne nel proprio contesto sociale, nel mondo mediterraneo, quindi quello che si vuole è parlare del genere e non solamente del sesso.

-Barbara Morana: La laicità francese permette di concepire una tale esposizione. Pensa che un’esposizione sul genere , così come l’avete strutturata sia immaginabile in un altro paese del mediterraneo, l’Italia ad esempio?

-Denis Chevallie: Chiaramente si, gli esempi scelti sarebbero un po’ diversi , se pensiamo ad esempio al punto di partenza delle esposizioni che sono le lotte femministe : “il mio grembo mi appartiene” , “noi vogliamo essere uguali agli uomini” o “alt alla società patriarcale e all’oppressione patriarcale che ci opprime da secoli”, alla fine si sarebbe trasmesso lo stesso messaggio in Italia, d’altronde i grandi movimenti femministi e la rivoluzione della contraccezione sono stati quasi simultanei in Francia e Italia alla fine degli anni 60 e inizio 70, prima con la legalizzazione della pillola e poi con l’aborto. Credo che ci siano molte similitudini tra i paesi del mediterraneo con molte più differenze tra i paesi del nord e del sud dell’area.

-Barbara Morana: La Turchia sarebbe tutta un’altra storia

-Denis Chevallier: E’ evidente. Ma credo che comunque il movimento sia lo stesso ed è quello che dimostra la demografia. Oggi, sia a Sud che al Nord del mediterraneo si fanno pochi figli. Hanno tutti 2 figli in media, se pensiamo che in certi paesi la media era di 5 o 6 appena 30 ani fa. Quindi una grande differenza! Le donne si sposano sempre più tardi, a 30 anni nel caso dell’Italia e della Francia, a dimostrazione dei nuovi rapporti tra uomo e donna e tra la sessualità e verginità . Ed è quello che cerchiamo di trattare in seno all’esposizione.

- Barbara Morana: Rispetto all’Italia c’è la questione della chiesa e quindi certi soggetti andrebbero trattati diversamente?

-Denis Chevallier: La religiosità è un aspetto importante, ed è molto presente in questa storia di affermazione del proprio genere, perché le chiese, sia quelle cristiane che la fede musulmana o ebrea, sono state molto restrittive, ovvero tutte hanno detto “ecco come devi essere e come ti devi comportare se sei uomo o se sei donna”. E penso che questo sia uguale in un paese laico come il nostro o in uno cattolico come il vostro.

-Barbara Morana: C’è il Vaticano a Roma quindi è più difficile!

-Denis Chevallier: Si, ma i problemi sono più o meno gli stessi !

- Barbara Morana: Il soggetto scelto per questa prima esposizione dimostra la volontà del museo di trattare i problemi sociali più dibattuti al momento? per esempio avete sollevato la questione del velo!

-Denis Chevallier: La linea di massima dell’esposizione era quella di mostrare come un museo che si propone come un museo di società, sia uno strumento, una sorta di arnese per far prendere coscienza ai visitatori della loro appartenenza al mondo e soprattutto ad un mondo in continuo movimento. Come farlo attraverso un linguaggio museografico? Poiché il linguaggio museografico, in generale è più legato a soggetti di natura storica, ovvero a raccontare una storia, piuttosto che a raccontare ciò che succede oggi o a domandarsi ciò che succede oggi. Quindi l’utilizzo da parte mia di documenti sonori e audiovisivi, o dell’arte contemporanea, servono per affermare proprio questo: si, si può parlare di ciò che succede oggi nel mondo in un museo. È lo si può fare in modo diverso di come lo si farebbe in un altro mezzo di comunicazione, poiché evidentemente, in radio potete parlarne, e lo fate per fortuna, in televisione se ne parla, esistono dei Siti Web, esistono le case editrici e la stampa specializzata che si occupa di questi temi, ma il museo ne parla e lo fa a modo suo, ed è ciò che ho voluto dire con questa mostra.

-Barbara Morana: Si tratta di rilanciare il museo come un luogo dove dibattere, finalmente!

-Denis Chevallier: Assolutamente, è tanto più un luogo dove dibattere, che il dibattito si fa al contempo con il pubblico che visita l’esposizione e si questiona su alcuni oggetti un po’ sorprendenti, e negli spazi appositamente creati. Per esempio abbiamo esposto un P-mate un dispositivo che permette alle donne di fare pipì come gli uomini, in piedi, un oggetto divertente, abbiamo “Imene artificiale” il kit acquistato su Internet che permette alla giovani donne che vorrebbero simulare la loro verginità, di farlo a un prezzo modico, abbiamo un giubbotto che simula la gravidanza, un oggetto che si trova in commercio che permette agli uomini di simulare la gravidanza e quindi accompagnare ed empatizzare con la propria partner. Tutti questi sono oggetti che hanno lo scopo di sorprendere e al contempo invitano alla riflessione. E Abbiamo anche un Auditorium di 300 posti, che si chiama Germaine Tillion, in questo luogo ed in altri spazi del museo si dibatte, proprio a partire da oggi, organizzeremo tutte le settimane degli incontri con ricercatori, o delle proiezioni di film che ci permetteranno di completare e rilanciare la questione del genere, dell’omosessualità, del velo, dei diritti delle donne.

-Barbara Morana: È perfetto, perché avete risposto alla domanda che volevo proporvi dopo, ovvero questa sorta di conversazione tra oggetti artistici e oggetti quotidiani in seno alla mostra, ma ha appena risposto a questa domanda, ed è molto chiaro, è una scelta voluta!
 L’ultima domanda, non so se è al corrente che Palermo, la mia città, si candida a capitale europea della cultura 2019, che ne pensa, conosce la città? pensa che sia fattibile? Possiamo portare a termine questo progetto ambizioso?

-Denis Chevallier: posso risponderle che in generale il fatto di essere capitale europea della cultura è un primato molto importante e dovete assolutamente riuscirci, perché è una leva per dinamizzare un offerta culturale che senza questo espediente metterebbe molto più tempo ad emergere. Il nostro museo, il Museo delle Culture d’Europa e del Mediterraneo, deve la sua esistenza, bisogna riconoscerlo, al fatto che Marsiglia è stata eletta capitale europea della cultura 2013, e quindi se Palermo venisse eletta capitale europea della cultura 2019, credo che sarebbe formidabile per voi e per tutti noi naturalmente, sarebbe il momento per esprimere al massimo la vostra creatività, di mostrare il vostro patrimonio, e poi eventualmente creare delle nuove infrastrutture culturali, che sono perenni, queste rimangono, che vi permetterebbero a Palermo di contare con un certo numero di musei, di centri culturali che permetteranno al pubblico e ai palermitani di meglio vivere il proprio futuro.

-Barbara Morana: Beh Inshallah, speriamo bene!

-Denis Chevallier: Beh lo spero per voi, in ogni modo non aspetterò il 2019 per venire a Palermo !

- Barbara Morana: Dovete assolutamente venire! Grazie mille e arrivederci.

- Denis Chevallier: Buona giornata, arrivederci!

 

 

Au bazar du genre, Féminin – Masculin en Méditerranée – PRESSE
Niveau 2 – 500 m²
Dates : Du 7 juin 2013 jusqu’au 6 janvier 2014 – Exposition temporaire
Commissaire général : Denis Chevallier
Conseiller artistique : Patrick Roger
Scénographie : Didier Faustino – Bureau des Mésarchitectures

Coproduction : MuCEM, Marseille-Provence 2013, Rmn-Grand Palais
En partenariat avec : France Culture + France Inter France 5

Intervista all’Assessore Giambrone

July 3rd, 2013 | Posted by barbara in Arte | Arte a Parte | Palermo 2019 - (Comments Off)

Mia intervista all’Assessore alla Cultura Giambrone del Comune di Palermo durante la trasmissione Arte a Parte, su Dabliuradio, del 3 luglio 2013, sulla candidatura di Palermo a Capitale europea della cultura 2019.