Palazzo Abatellis, il Museo in umido

September 3rd, 2013 | Posted by barbara in Arte | beni culturali | management culturale | Palermo 2019
Mio articolo sul drammatico stato di conservazione delle opere del Museo Abatellis di Palermo scritto per LinkSicilia e pubblicato il 2/9/2013, raggiungibile a questo link

 

CRONACA IN DIRETTA DEI DISASTRI DELLA REGIONE SICILIANA IN MATERIA DI CONSERVAZIONE E TUTELA DEI BENI CULTURALI

I fine settimana d’Agosto sono perfetti per gironzolare in città, Palermo si svuota, ed è piacevole riscoprirla attoniti dall’inaspettato silenzio che l’avvolge. Camminare subito dopo pranzo per esempio è un’esperienza quasi mistica, la città ti entra dentro…

A noi come a lei manca l’aria, il sole impietoso brucia i muri e scotta la pelle, e noi come lei giochiamo a nascondino con l’ombra cercando di non essere visti per non dover fare la conta. Camminando per via Alloro il portone spalancato di Palazzo Abatellis ci prende di sorpresa un sabato pomeriggio alle 14:00, travolgendoci in una visita pomeridiana inattesa e a dir poco surreale. Ecco la mia funesta visita alla Galleria Regionale di Palazzo Abatellis di Palermo, un sabato caldo e afoso d’agosto del 2013.

Entriamo, questo palazzo è un ricordo che è rimasto come imbalsamato nella mia mente di bambina, e ogni volta che vi entro la stessa identica sensazione riaffiora intatta e invade i miei sensi con il suo ostinato odore di naftalina. La naftalina conserva le cose, e a questa sensazione associo un luogo che dai tempi di Carlo Scarpa pare avere rinchiuso sé e le proprie opere in una sorta di scatola che solo apparentemente conserva intatti contenitore e contenuti. Apparentemente poiché la scatola si surriscalda al sole soffocando il contenuto e certamente non isola dal freddo lasciando i brividi percorrere materiali e uomini, in un continuo sbalzo di temperature e umori che lo rendono un luogo invivibile.

Scusate le metafore ricorrenti, ma cerco di far andare “la pillola giù” come direbbe Mary Poppins, infatti, una volta dentro ci si rende conto che dagli anni ’50 (anni appunto dell’intervento museografico del grande architetto veneziano 1953-1954 circa) questo luogo non è cambiato o quasi, e non importa se per farlo ha dovuto ignorare le regole minime della museografia contemporanea che esige, a ogni museo degno di portare questo nome, l’esposizione delle proprie collezioni in ambienti con condizioni microclimatiche ad hoc, conditio sine qua non alla loro conservazione, preservazione e tutela per le generazioni future, chiamasi : CONSERVAZIONE PREVENTIVA.

Premetto che la collezione della Galleria Regionale è straordinaria, ospita un numero considerevole di opere lignee che la rendono unica nel suo genere, se poi a queste si aggiunge il privilegio di ospitare capolavori assoluti della storia dell’arte occidentale quali l’Annunciata di Antonello da Messina, Il Trionfo della Morte del Maestro del “Trionfo della Morte” e il busto di Eleonora d’Aragona di Francesco Laurana, elementi che lo rendono un luogo da non perdere per un siciliano.

Abatellis_minia

Quindi, da siciliani visitare la Galleria Regionale di Palazzo Abatellis non è solamente auspicabile bensì doveroso. Ma nessuno può prepararvi alla sofferenza che questa visita comporta per ogni persona munita di un minimo di senso civico e amore per il proprio patrimonio artistico. Siamo ai primi di agosto, fuori ci sono 31° C con un tasso d’umidità del 71%, dentro ci saranno all’incirca 40° C con un tasso d’umidità pari probabilmente all’80%. Il personale ci accoglie sorridente malgrado manchi l’aria e l’umidità abbia reso i loro abiti umidicci e appiccicosi, e dopo avere empatizzato con loro sull’impossibilità di lavorare in tali condizioni, cominciamo a nostra volta ad inoltrarci in questa sorta di foresta amazzonica, spontanea manifestazione autoctona dovuta all’incuranza e alla mala gestione, cause tutte antropologiche e non certo climatiche.

Dopo la preoccupazione per le enormi opere lignee che si trovano nella prima sala, siamo rapiti dalla magnificenza del Trionfo della Morte, la disposizione mi ricorda vagamente quella del Cenacolo di Leonardo a Santa Maria delle Grazie a Milano, fatta eccezione che l’opera di Leonardo da Vinci è rinchiusa in un ambiente che mantiene un microclima ideale per la conservazione dell’opera e i visitatori vi entrano in piccoli gruppi e per un tempo ridotto.

Ora non esigiamo certamente l’efficienza lombarda nella gestione del patrimonio storico artistico, però ci si chiede come un’opera fragile come Il Trionfo della Morte possa trovarsi in una sala dove sia impossibile assicurare un microclima indispensabile alla sua conservazione. Per farvi capire in che stato di conservazione si trova l’affresco di Palazzo Abatellis, cito le parole dell’allora Assessore Regionale dei Beni Culturali, Ambientali e della Pubblica Istruzione, Raffaele Gentile, che già nel 1989, anno in cui l’opera ritornò da Roma dopo il lungo soggiorno presso l’Istituto Centrale del Restauro, scriveva: “Nasce qui l’idea della mostra didattica e della presente pubblicazione … intendono dare soprattutto conto degli interventi ultimamente effettuati su questo grande affresco dalle alterne vicissitudini conservative – un malato da sempre, diremmo, dalla salute cagionevolissima – e al contempo servono a farci prendere coscienza dell’ormai delicatissimo suo stato di conservazione, cui nemmeno il restauro stesso potrà ovviare in futuro senza l’adozione di preventive misure di cautela per la sua migliore salvaguardia.”

Continuiamo la nostra visita sperando che la situazione migliori e anche il nostro umore a dir vero. La nostra indignazione si trasforma man mano che percorriamo le sale della Galleria Regionale in sgomento e angustia. Al primo piano sono conservati i dipinti della collezione permanente, si tratta in prevalenza di opere lignee che vanno dalla croce monumentale di Ruzzolone e del Maestro di Galatina solo per citarne due, alla tavoletta di 45X 34,5 cm in legno di pioppo (legno tenero) dell’Annunciata di Antonello, senza parlare poi dello splendido trittico del Mabuse.

Ora, santo cielo, tutti sanno che il legno è un materiale estremamente igrospico, non vi spaventate, non è una parolaccia significa solo che acquista con molta facilità l’umidità dell’aria. Ovvero, questi dipinti hanno come supporto tavole di legno che si contraggono e si dilatano a seconda se cedono o assumono umidità (i legni teneri si muovono più di quelli duri), ciò vuol dire che questi movimenti continui del legno possono causare un’irreversibile deformazione del supporto che a lungo andare potrebbe anche risultare in una perdita per distacco dello strato pittorico, ragion per cui li si conserva in un museo assicurando loro un microclima ottimale ossia una temperatura costante di 18 ° C e un’umidità relativa al 60/65% (valori indicativi naturalmente).

Inutile dirvi che nulla di tutto ciò è garantito all’Abatellis, perché non ci sono i soldi, quindi uomini e opere sono vittime degli sbalzi termici che corrodono le opere e i nervi di coloro che nelle sale passano giorni, mesi, anni nell’attesa che qualcosa cambi.

Mi fa sorridere la relazione tecnica sui restauri dell’Annunciata di Antonello da Messina del 2006 a cura del Centro Regionale per la Progettazione e il Restauro della Regione Sicilia, poiché in essa si ribadisce la necessità di creare un microclima per accogliere l’Annunciata di Antonello da Messina ai fini di preservarla.

In questo opuscolo inoltre viene raccontato che dopo essere stata esposta al Metropolitan Museum di New York nel 2005 e alle Scuderie del Quirinale a Roma nel 2006 per la retrospettiva dedicata al grande pittore siciliano, i restauratori constatano quanto segue: “dalla comparazione delle indagini condotte prima e dopo la trasferta si è appurato che il dipinto non ha manifestato una particolare sofferenza durante le due esposizioni e ciò è sicuramente da ascrivere alle eccellenti condizioni microclimatiche dei due ambienti espositivi.” Bella costatazione: non ci sono ricette magiche ma criteri noti e accessibili a tutti coloro che volessero metterli in atto.

Allora cari amici se ne deduce che le opere forse sarebbe meglio tenerle altrove, in un posto dove sappiano prendersene cura, dove il Direttore del museo che li ospita si faccia carico delle sue responsabilità e assuma pienamente il suo ruolo, ovvero quello di essere il garante dell’attività del museo e il responsabile diretto ed indiretto della intera rete di relazioni e funzioni proprie al museo (Carta Nazionale delle Professioni museali, 2005), senza fatalismi né esemplificazioni.

Certamente dirigere un museo è un lavoro difficile che necessità devozione e competenza, attenta gestione dei fondi disponibili e reperimento di quelli necessari al buon funzionamento dell’istituzione e soprattutto alla salvaguardia del patrimonio in esso custodito. Da sempre, in Sicilia dirigere un museo è anche interloquire con la politica che li ha nominati garanti di quel patrimonio supplendo alle mancanze e denunciando le inosservanze.
Sono tornata a casa pensando alle meravigliose mani dell’Annunciata di Antonello, me le sentivo addosso quasi volessero condividere il dolore insostenibile di questo continuo dilatarsi e ritirarsi del supporto ligneo che le accoglie.

Senza parlare poi delle tavole raffiguranti i Dottori della Chiesa esposte nella stessa sala (San Gregorio Magno, San Girolamo e Sant’Agostino), sembrava quasi che chiedessero a me perché proprio a loro fosse toccata la sede di Palermo, e non gli Uffizi o Palazzo Sforzesco dove sono conservate (sane e salve) le altre parti del Polittico dei Dottori della Chiesa.

Non sapevo cosa rispondergli, forse devono anche guadagnarsi l’epiteto di “martiri della chiesa”, o allora potrebbero chiedere un trasferimento alle autorità di competenza. O forse, tocca a noi tutti essere più consapevoli delle responsabilità di cui ci facciamo carico a discapito di quelle che ci lasciamo scivolare addosso, forse proprio noi animati da un dovere civico ormai scomparso in nome di un individualismo che ci rende ciechi, sordi e muti, dovremmo apportare il nostro piccolo contributo nella salvaguardia del nostro patrimonio, quello che vorremmo trasmettere intatto ai nostri figli e ai figli dei nostri figli, non fosse altro che queste poche righe.

 

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